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Era piovuto molto in quei
giorni a Pawaga. La pista era impraticabile anche con un buon fuoristrada.
Padre Renna alla sera ci disse: "Domani è domenica e devo andare a dir
messa in un villaggio lontano da qui. Non posso mancare: due ragazzi si
devono sposare. Partiremo presto. Col trattore.".
Il mattino seguente era tutto pronto: la valigetta con le ostie, il calice,
i paramenti e... un vestito da sposa.
Arrivati alla chiesa, gli sposi e i parenti erano già nei primi banchi.
Visibilmente emozionati. La ragazza si illuminò quando vide l'abito bianco
e anche io restai colpita dalla sua gioia, mentre la aiutavo a vestirsi.
Si celebrò il matrimonio tra canti, tamburi e applausi.
Feci anche il servizio fotografico.
Finita la cerimonia, ripiegai l'abito, con cura, perchè fosse in ordine per
un'altra festa. Perchè un'altra ragazza potesse indossarlo al proprio
matrimonio.
E pole pole, piano piano, ce ne tornammo a Pawaga. Col trattore.
Ho ricordato questo episodio leggendo "Una
domenica in piscina a Kigali" di Gil Courtemanche (Ed. Feltrinelli): a
pagina 181 si legge: "...padre Luis, con un sorrisetto da monello,
chiese a Gentille di chiudere gli occhi, perchè aveva una sorpresa per lei.
Aprì la grossa valigia di cartone e ne tirò fuori un vestito da sposa.
Valcourt lo trovò orribile, ma corrispondeva esattamente a quello che
costituiva il sogno di felicità di ogni ragazza ruandese. (...) Valcourt ci
vedeva tutte le sottili perversioni della colonizzazione che impone ai
colonizzati perfino gli abiti smessi della metropoli...".
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