H O M E FADHILI





Fadhili, dopo più di un anno, era ancora ricoverato in ospedale e il suo cuoio capelluto era una piaga sanguinante. Ogni medicazione era una sofferenza: non si faceva toccare se prima non gli venivano date due garze con cui potersi asciugare le lacrime.
Quando rientrai in Italia, incontrai un mio amico, Francesco, che mi chiese del mio viaggio in Africa. Mi chiese del bambino bruciato, di Fadhili: gliene avevo parlato l'anno precedente. Quando sentì che non solo non era guarito, ma che era in pericolo di vita, mi consegnò un assegno di un milione di lire: "fai qualcosa" disse. Cercai di tirarmi indietro dicendo che sarebbe stato difficilissimo farlo venire in Italia, che non aveva idea di cosa significasse procurargli anche solo il passaporto, che saremmo andati incontro a spese enormi... 
Ne parlai con Piergiorgio, amico ottico, mio "socio in affari africani". Perchè no? Più parlavo in giro del "problema Fadhili" più denaro mi trovavo tra le mani: chiunque sentisse questa storia metteva mano al portafoglio. Ne parlarono i giornali e le TV locali, i bambini delle scuole fecero collette risparmiando sulle merendine... ogni giorno l'estratto conto cresceva.
Scrissi (il telefono non c'è a Ikonda) a padre Moratti, amministratore dell'ospedale, dicendogli che ci stavamo muovendo per far sì che Fadì potesse venire in Italia a curarsi: le spese di viaggio, soggiorno e cura sarebbero state a nostro carico, il chirurgo plastico del mio ospedale lo avrebbe operato, le Suore Comboniane avrebbero ospitato il ragazzo durante il periodo di convalescenza... insomma tutto era pronto.
Dopo poche settimane Fadì giunse a Verona.
Piccolo, magro, spaurito, con una valigetta di cartone che conteneva forse un chilo tra vestiti ed effetti personali. 
Gli interventi ebbero successo. 
Ripartì per il Tanzania dopo pochi mesi: venne accompagnato all'aereoporto come una star, con un bagaglio così pesante che dovetti pagare un patrimonio per il sovrappeso, con un bel gruzzolo in tasca, con Paola e Mariarosa - le due infermiere che più si erano occupate di lui - in lacrime. In poco tempo era aumentato di 12 chili, di 3 numeri di scarpe, di parecchi centimetri di altezza. Ma soprattutto era guarito. 
Ho incontrato Fadhili in Tanzania ancora due-tre volte dopo la sua avventura italiana. L'ultima volta era lacero e senza scarpe e Piergiorgio gli regalò le proprie. Mi dicono non abbia avuto una buona riuscita nella vita. Peccato.