H O M E BAMBINI BRUCIATI





Di solito sono i bambini a "cadere nel fuoco". Nelle capanne il focolare su cui si cucina è fatto con quattro pietre, senza alcuna protezione, senza canna fumaria. Si vede il fumo uscire dai tetti di paglia e si dice che questo fumo che impregna tutto sia un buon insetticida. In montagna il freddo è pungente, le coperte sono scarse, gli abiti sono spesso laceri e comunque insufficienti per proteggersi. Il fuoco rimane acceso anche durante la notte e gli incidenti sono frequenti. Il primo bambino ustionato lo trovai a Tosamaganga. Girava con la faccia coperta da uno straccio: si vergognava del suo aspetto: le lesioni da ustioni profonde si retraggono e producono cicatrici sfiguranti se non si provvede prontamente con interventi di chirurgia plastica. Gli operai una palpebra che non si chiudeva. Ma di lui non seppi più nulla.

Fadhili invece lo incontrai all'ospedale di Ikonda. Era ricoverato per una ustione profonda alla testa: durante la notte, molti mesi prima, era "caduto nel fuoco". La mamma lo aveva portato in ospedale, dopo qualche giorno dall'incidente, con il capo spalmato di dentifricio: ciò che più le sembrava somigliasse ad una pomata. In ospedale veniva medicato, disinfettato, coccolato. Gli interventi a cui era stato sottoposto non avevano avuto successo. Anche lui aveva un grave problema di chiusura palpebrale che dovetti operare. L'anno seguente lo ritrovai in ospedale: l'epitelio non ricopriva ancora il cuoio capelluto e cominciavano a manifestarsi i primi segni di erosione ossea. Al mio rientro organizzai il suo viaggio in Italia per poterlo curare.