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Quello che ti colpisce, appena arrivi in Africa, è l'odore forte pungente di fumo, sudore, calura, di panni asciugati male, di frutta troppo matura, di spezie cucinate: un misto di aromi, non di rado sgradevoli, che ti fanno pensare che il termine afrore tragga la propria origine proprio da Africa.
Questo odore penetra la tua pelle e i tuoi abiti e te lo porti appresso anche quando ritorni a casa. E quando piano piano svanisce e cominci a non sentirlo più ne senti la mancanza. E la nostalgia. Senti la nostalgia di quello che per poche settimane ti ha unito a loro, agli africani, ai bambini che, se piccoli, scappano impauriti gridando "wazungo wazungo" (i bianchi i bianchi), se più grandicelli, chiedono timidamente, senza avvicinarsi troppo, "pipi pipi" (caramella caramella).
Le caramelle fanno parte del bagaglio del viaggiatore: bambini ce ne sono ovunque, le pipi non bastano mai. Parentesi: una volta, anzichè le classiche caramelle alla frutta, portai quelle al selz: accidenti che errore! i bambini, appena sentivano la lingua pizzicare si spaventavano, strabuzzavano gli occhi, sputavano quel veleno, scappavano a gambe levate da quei wazungo di cui da sempre sapevano di dover diffidare. Chiusa parentesi.
I bambini: le prime volte che andavo in Africa si vedevano sempre accompagnati alle loro mamme, i più piccoli ben legati sulla schiena con la kanga, o tenuti per mano dalle sorelle maggiori, spesso con un recipiente per l'acqua in mano o sulla testa. Col passar degli anni, con l'esplosione dell'AIDS, le mamme e i papà cominciarono a mancare e i bambini si videro sempre più frequentemente in compagnia dei nonni.
Quante volte ho sentito la campana della missione suonare a morto e le suore dire "sarà morto Augustine o Luwanda... poveri bambini, ormai ci sono solo orfani!". E di orfani ce ne sono tanti davvero e non di rado molti di loro sono ammalati.
Ogni volta che ho visitato l'orfanatrofio di Tosamaganga (KITUO CHA WATOTO YATIMA), sono stata accolta da bambini che supplicavano di essere presi in braccio, che mettevano la mano nella mano sperando gliela stringessi. Le suore teresine fanno quello che possono: i bimbi sono molti, i mezzi troppo pochi. Possono garantire un tetto, una culla, un po' di cibo, poco altro. I lunghi abiti delle suore sono continuamente afferrati dai piccoli ospiti che vi lasciano la loro impronta ma loro non se ne preoccupano: "Jambo lilio bora, unaloweza kufania kuwatiliyako, ni kuwatendea wengine cho chotekile" (la cosa più bella che puoi fare per te stesso è fare qualcosa per gli altri).
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